Laboratorio Sperimentale Giovanni Losardo

 

 

 

Dare un futuro alla memoria di Losardo, trasformare il male e trasmettere alle nuove generazioni il gusto per la bellezza della legalità.
Sono queste le finalità che il Laboratorio si propone di conseguire con il Premio internazionale Losardo.
Le prime cinque Edizioni del Premio sono state celebrate a Cetraro. Nelle varie edizioni il Premio nazionale è stato assegnato al giornalista del Corriere della sera Gian Antonio Stella, al regista Mimmo Calopresti, al giornalista Rai Sandro Ruotolo, all’onorevole Marco Minniti e  a Monsignor Giancarlo Maria Bregantini.
La sesta edizione si è tenuta a Diamante. Il Laboratorio ha consegnato il Cristo d’argento, simbolo antimafia, raffigurante il sacrificio di Losardo, assassinato dalla mafia il 21 giugno dell’Ottanta.
Il Premio per la sezione autori è stato conferito al sociologo Pino Arlacchi, allo scrittore Antonio Nicaso, al magistrato Nicola Gratteri e al giornalista Arcangelo Badolati.
In occasione della quinta edizione è stato diffuso il libretto Sovranità a rischio con prefazione di Silvio Gambino, edito dal Laboratorio.
Nella sesta edizione è stato diffuso il libretto Quel giugno dell’Ottanta con prefazione di Michele Borrelli, edito dal Laboratorio.
Entrambi i volumi sono a cura di Gaetano Bencivinni e Francesca Villani.
La presidenza onoraria del Premio internazionale Losardo è stata conferita al sociologo Pino Arlacchi, che gestisce la sezione internazionale con la consegna del gabbiano d’oro.

 


 

Gazzetta del Sud 15 01 2014 Netto gire di vite contro l'escalation criminale

 

 



 

Dedica di un'aula di udienza a Giannino Losardo

 

Ministero Grazia e Giustizia
TRIBUNALE ORDINARIO DI TERAMO

Presidenza

Prot. n. 1865/09/A-22                                                                                  
Ill.mo Presidente
Laboratorio G. Losardo
Via Pirrino, 37 87022
Cetraro

Oggetto: dedica di un’aula d’udienza a Giannino Losardo.

Appartiene ai desideri di questa Presidenza dedicare le aule d’udienza del Tribunale di Teramo a personalità che, per il loro senso del dovere e dell’appartenenza alla Repubblica, hanno segnato e riempito di valori la nostra storia di operatori della Giustizia.

Giannino Losardo costituisce certamente un fulgido esempio di come le risorse più sane e generose della Repubblica siano presenti in tutti i settori dello Stato; non vi sono frontiere né territoriale, né amministrative, che separino quanti hanno posto la loro vita al servizio dello collettività.

Impiegato presso la Procura della Repubblica di Paola ebbe il coraggio di gridare quanto la mafia diceva e faceva; ebbe soprattutto il coraggio di gridare quanto lo Stato non diceva e non faceva.

In tal senso si partecipa a codesto Laboratorio che, in un contesto che vorrà essere di laboriosa sobrietà, la formale intitolazione avverrà il giorno 7 settembre nel corso di una giornata di studio del Tribunale di Teramo aperta alla formazione decentrata del CSM.

In quella occasione, si partirà dalla illustrazione della dedica delle aule d’udienza, per pervenire, attraverso la presentazioni di varie iniziative di carattere organizzativo e tecnologico del Tribunale cui parteciperanno autorità e studiosi del settore, ad una udienza in cui tre nuovi giudici saranno formalmente immessi nel possesso delle funzioni.

L’intitolazione delle aule a uomini come Losardo consente di ricordare quotidianamente che il cammino della Giustizia affonda le sue radici in valori senza i quali la tecnologia e l’organizzazione sarebbero vuoti formalismi di maniera.

In tal senso ho ritenuto giusto iniziare la giornata di lavoro con un momento in cui si ricorderanno le personalità cui vengono dedicate le aule d’udienza.

Farò seguito alla presente con la trasmissione del programma dei lavori.

Colgo l’occasione per salutare con la consueta cordialità e rinnovare la gratitudine per il lavoro di codesto Laboratorio proiettato a mantenere vivo il ricordo di figure come Giannino Losardo.

Teramo, 28 luglio 2009.

Il Presidente
Dr. Giovanni Spinosa.

Il Messaggio di Raffaele Losardo al Presidente del Tribunale di Teramo G.Spinosa
di Raffaele Losardo
Caro Gaetano,
vorrei che fossero espressi tuo tramite al Presidente del Tribunale di Teramo, dr. Giovanni Spinosa, i sentimenti miei e della mia famiglia di gratitudine (oltre che di stima e considerazione) per l’iniziativa assunta dell’intitolazione di un’aula di udienza di quel Tribunale a Giannino Losardo.
Il fatto che, a distanza di quasi trent’anni dall’uccisione di mio padre, si rinnovi – ben oltre i confini regionali e ad ogni livello della società e delle istituzioni – il ricordo di quel sacrificio, con iniziative le più diverse (commemorazioni, intitolazioni pubbliche, tesi di laurea, rappresentazioni ecc.), dà l’idea di quanto la cieca ed ottusa violenza che il 21 giugno 1980 eliminò Giannino Losardo avesse in realtà offeso sentimenti di onestà, di legalità e di giustizia, che erano e sono presenti in strati ampi della popolazione del nostro paese e delle sue istituzioni democratiche.
Leggo con grande attenzione e pienamente condivido le parole con le quali l’ill.mo Presidente, dr. Spinosa, ha illustrato l’iniziativa del 7 settembre: “Ricordare quotidianamente che il cammino della Giustizia affonda le sue radici in valori senza i quali la tecnologia e l’organizzazione sarebbero vuoti formalismi di maniera”.
Si parva licet, anche io, in altra analoga occasione, cercai - citando le parole del grande scrittore portoghese Josè Saramago – di sottolineare la necessità che i temi di cui oggi si fa un gran parlare (informatica, globalizzazione, manipolazione genetica) non distolgano l’attenzione dai valori dell’umanesimo, che rimangono fondamentali anche nel nostro secolo.
In occasione della cerimonia di intitolazione, che a quanto leggo vedrà tra l’altro l’immissione nel possesso delle funzioni di tre giovani magistrati (ai quali pure vorrei far giungere gli augurii di una brillante carriera), mi pare non sia fuori luogo citare ancora una volta quella storia narrata da Saramago in un suo vecchio scritto, intitolato “Il Diritto e le Campane”.
La storia era quella di un paesino nei dintorni di Firenze, i cui abitanti erano stati distolti dalle loro abituali occupazioni da un suono di campane a morto. Accorsi tutti sul sagrato della chiesa ad informarsi per chi dovessero piangere, videro comparire sulla porta della chiesa un contadino e gli chiesero dove fosse il campanaro e per chi avesse suonato a morto. Il contadino spiegò che la campana l'aveva suonata lui e, richiesto di nuovo dagli astanti di dire chi fosse morto:
<<Nessuno che abbia nome e aspetto di uomo>>, rispose. << E' per il Diritto che ho suonato a morte. Perché il Diritto è morto>>.
La storiella è forse abbastanza nota: era accaduto che il povero contadino si era visto sottrarre le terre da un ingordo signorotto del luogo, si era rivolto alla giustizia per ottenere protezione, arrischiandosi a mettere anche un avvocato, ma invano e a quel punto, in disperazione di causa, aveva deciso di annunciare urbi et orbi la morte del Diritto. Saramago così commenta questa storia:
<<Anche noi, a causa degli abusi di potere e di autorità, di intollerabili violenze subite o che abbiamo visto subire, non poche volte avremmo dovuto proclamare la nostra indignazione con parole semplici, ma che esprimono molto più di quel che crediamo. "Non è giusto" diciamo (ed è un modo meno forte per confermare la morte del Diritto), ma per la verità non credo che, con una frase apparentemente così perentoria, si sia davvero convinti che il Diritto sia passato a miglior vita>>.
Con questi sentimenti e con questo spirito voglio esprimere quindi la mia vicinanza all’Ill.mo Presidente, dr. Giovanni Spinosa ed ai convenuti nell’aula “Giannino Losardo” del Tribunale di Teramo.

GIUSTIZIA: CHIODI, ORGOGLIOSO PER LAVORO OPERATORI TERAMANI


IL PRESIDENTE,DA NUOVI MAGISTRATI OSSIGENO PER IL TRIBUNALE (REGFLASH) Pescara, 7 set.
"Il palazzo di Giustizia di Teramo ha visto percorrere tutte le fasi della mia vita professionale e mi ricorda anche le attività che da sindaco di questa città ho posto in essere per cercare di migliorare questa struttura perchè, attraverso ciò, si potesse arrivare a migliorare anche la sua funzionalità e quindi la qualità del lavoro di quanti, a vario titolo, ne usufruiscono quotidianamente". Lo ha affermato il presidente della regione, Gianni Chiodi, questa mattina, in apertura del suo indirizzo di saluto al convegno "Prassi condivise, tecnologie e giovani magistrati al servizio della Giustizia nella società moderna", in corso di svolgimento al Palazzo di Giustizia di Teramo. Un evento che vede la presenza, tra gli altri, di Ciro Riviezzo, componente del CSM e direttore scientifico della rivista "Giurisprudenza di merito", del presidente della Corte d'Appello dell'Aquila, Giovanni Canzio, del segretario nazionale dell'Associazione nazionale magistrati, Luca Palamara, e del presidente del Tribunale di Teramo, Giovanni Spinosa. "Vedere oggi realizzato quanto anni fa avevamo pensato e progettato grazie anche a fondi stanziati dall'amministrazione comunale, fondi per intero della comunità teramana - ha ricordato il presidente Chiodi - rappresenta, oltretutto, un motivo d'orgoglio in più e mi dà l'opportunità di ringraziare pubblicamente l'intero mondo della giustizia teramana, magistrati, funzionari, impiegati ed avvocati, che svolgono il loro lavoro con grande professionalità, sobrietà ed equilibrio". Il presidente della Regione ha, inoltre, voluto sottolineare, l'importante circostanza legata alla presa di servizio di nuovi magistrati che andranno da subito a rafforzare l'organico del Tribunale di Teramo. "Chi come me è stato negli anni anche consulente tecnico di magistrati - ha proseguito Chiodi - sa quanto sia grave il problema della storica carenza di figure chiave come loro per il sistema giudiziario. Anche nella pubblica amministrazione - ha aggiunto il Presidente - esiste l'analogo problema del progressivo avanzamento dell'età di dirigenti e funzionari e si può facilmente intuire quanto, invece, sarebbe importante poter contare su forze fresche in grado di fornire un contributo determinante in termini di carica innovativa e di capacità progettuale". Alla fine, il Presidente Chiodi ha augurato buon lavoro ai nuovi magistrati non prima di aver espresso l'apprezzamento per la scelta di intitolare le sale del Tribunale teramano a magistrati illustri come Falcone, Borsellino ed Alessandrini, al maresciallo dei carabineri, Francesco Mignozzi, allo statista Aldo Moro, al magistrato e poeta teramano Domenico Leferza, a Giannino Losardo, segretario giudiziario della Procura di Paola e vittima della n'drangheta, ed all'avvocato Adolfo Pirocchi.

Raffaele Losardo: “Il nome di mio padre torna in Procura”
Ritornano qui, nel palazzo di giustizia di Paola, ritornano qui, accanto ai libri di diritto e nei luoghi dove ha lavorato per oltre venti anni, per ricevere l'omaggio di altissime personalità del mondo istituzionale alle quali tutte va il ringraziamento mio e della famiglia, ritornano qui dopo un esilio durato venti anni, il nome e la storia di mio padre, di Giovanni Losardo.
Il merito di avere reso possibile questo ritorno va certamente al dottor Luciano d'Emmanuele....continua qui

 


 

L’effigie di Losardo contro la mafia

 

Intervento di Raffaele Losardo in occasione della collocazione dell’effigie del padre Giovanni nella sala riunioni della Procura di Paola (Cosenza).

 


di Raffaele Losardo

Come era giusto che fosse, ho cercato di essere partecipe, in questi anni, di tutte le iniziative assunte nelle più diverse sedi istituzionali sulla vicenda di Giovanni Losardo.
Ho ritenuto giusto e anche doveroso che anche io, pur vivendo oramai da anni lontano da qui, facessi avvertire la mia partecipazione al travaglio della società calabrese e delle sue istituzioni per cercare di uscire dal tunnel; che anche io, pur direttamente colpito e gravato da quella perdita, condividessi lo sforzo che tanti uomini e donne, in ogni angolo del paese, andavano faticosamente compiendo nel tentativo di isolare e fermare le cellule criminali che avevano sparso sangue e lutti; che impegnassi le mie forze nella comune ricerca delle cause che avevano portato a quell'impazzimento, nell'individuazione delle connessioni esistenti tra cellule impazzite e settori anche estesi della società e delle stesse istituzioni, nell'impresa di ristabilire una normale convivenza.
Ho cercato, dunque, in questi anni di non far mancare a questo sforzo collettivo un contributo mio e, pur senza invadere campi che non erano i miei e senza assumere responsabilità che spettavano ad altri, ho sentito il dovere di offrire ogni qual volta ne sono stato richiesto le mie risposte quanto più ragionate e meditate possibili e le mie interpretazioni intorno ad una vicenda politica, perché aveva coinvolto tutta la polis, e non soltanto noi familiari.
Con questo spirito ho partecipato al processo che si è celebrato a Bari e alle tante iniziative che le scuole, le istituzioni locali, la stessa amministrazione della giustizia hanno assunto per venire a capo del caso Losardo.
Non sta a me fare il bilancio di questo sforzo collettivo.
Ma sento, ora che abbiamo fatto un bel pezzo di strada insieme e che finalmente il cielo sembra essersi rischiarato, sento di dovere in un certo senso ricalibrare il mio modo di parteciparvi.
Quando sono stato invitato a questa cerimonia sono stato molto indeciso se intervenire (anche perché allora i miei impegni e affetti familiari sembrava dovessero trattenermi a Roma) e mi sono anche chiesto se e in che modo, se mi fossi liberato da quegli impegni, avrei potuto portare oggi un mio ulteriore contributo.
Ho deciso di intervenire dopo che le vicende familiari sembrano finalmente essersi appianate (una mia zia, un affetto per me particolarmente caro, dopo essere stata per lungo tempo ricoverata a Roma per seri problemi di salute è finalmente sulla via della guarigione) dopo avere sentito un fraterno amico. il nostro comune amico Francesco Elmo dott. d’Emmanuele che con parole piene di affetto mi ha fatto riflettere sul senso che avrei dovuto dare a questa mia partecipazione.
Vedete, in tutti questi anni e proprio per le ragioni che dicevo prima e cioè per poter intervenire in modo razionale e con ponderazione sugli sviluppi che l'assassinio di mio padre aveva determinato nella vicenda politica e perché sapevo che a questi sviluppi era inevitabilmente legato il mio desiderio che mio padre avesse un po' di giustizia in questo mondo molto spesso ho dovuto esaminare ed elaborare la vicenda della sua morte nel modo il più distaccato possibile .
Per darvi un'idea del modo in cui ho dovuto procedere vi voglio raccontare un piccolo particolare.
Al mio studio conservo i faldoni del processo che si celebrò a Bari per le vicende che avevano insanguinato queste terre: sono gli atti del processo che tutti oramai conoscono ed intendono come il Processo Losardo". Come tutti i faldoni di ogni processo, anche quelli che contengono gli atti del processo che ha riguardato la vicenda di mio padre hanno un'intestazione. Ebbene, non ho trovato dì meglio che dare a questi faldoni l'intestazione che mi veniva dall'espressione che era entrata nell'uso comune, e dunque “Processo Losardo"; anche se e voi lo comprendete
bene quelle carte non sono state per me quelle di un qualsiasi processo, ne mi è risultato indifferente pensare alla persona di mio padre chiamandola con nome e cognome, anziché come fa un qualsiasi figlio nei confronti del proprio genitore e come ho sempre fatto io chiamandola papà.
Così ho fatto in questi anni; anche appena due anni fa, intervenendo qui all'inaugurazione della sala riunioni a lui intitolata, preparai un intervento in cui il più delle volte quando nominavo mio padre lo facevo chiamandolo ancora con nome e cognome, Giovanni Losardo.
In quell'occasione mi piacque molto ascoltare l'intervento del presidente di questo Tribunale, il dott. D'Alitto, che invece volle ricordarlo chiamandolo con l'appellativo che tutti, qui a Paola, usavano rivolgergli, cioè Don Giannino.
E' parso giusto anche a me, per questa occasione, rompere quel distacco con il quale vi avevo parlato di mio padre in altre occasioni (un distacco che mi è servito per lungo tempo per preservare nelle sedi di incontro pubblico gli aspetti più intimi e privati del mio rapporto con mio padre) e parlarvi un po' di papà.
E tenterò perciò di parlarvi del mio rapporto con papà.
Oggi viene scoperta la sua effigie ed io ringrazio coloro i quali hanno voluto impegnarsi in questo iniziativa che ha indubbiamente lo scopo ed il merito dì non far disperdere il senso della presenza, anche come entità fisica e tangibile, di papà nel Tribunale di Paola, anche per coloro che non l'hanno conosciuto in vita e non potranno quindi più conoscerlo personalmente.
Venendo qui per questa occasione mi è venuto di pensare (ma è un pensiero che ritorna periodicamente) come sarebbe mio padre oggi, fisicamente, se fosse ancora vivo: e, poiché oggi avrebbe quasi 76 anni, ho provato e provo a raffigurarmelo con i capelli bianchi; forse porterebbe una diversa montatura degli occhiali o forse inforcherebbe ancora quegli stessi occhiali con la montatura nera e spessa, che oggi è anche tornata di moda, o forse porterebbe solo le lenti più spesse perché come accade, con l'andare degli anni la vista spesso si indebolisce.
Mi sono chiesto spesso e mi chiedo come sarei io, oggi, quali altre strade avrei preso e, anche se non ne abbiamo mai parlato, questa domanda so che se la pone o se l'è certamente posta mia madre, che sicuramente aveva pensato per me un diverso avvenire; e so che lei certamente si domanda quale sarebbe stato l'avvenire di Angela, mia sorella, se papà fosse ancora vivo.
E vorrei ancora trovare una risposta da offrire a Francesca e a Margherita, che sicuramente si sono chieste e si chiedono di questo nonno che non hanno mai conosciuto: in particolare a loro ancora oggi sento il dovere di offrire una spiegazione di questa mancanza, ma non so trovare le parole adatte, perché è troppo difficile far capire a qualcuno, tanto più se si tratta di un figlio, senza turbarne la serenità, che la storia di un uomo può, essere interrotta da cinque colpi di arma da fuoco sparati da una mano assassina cui non sono stati ancora associati un volto ed un nome.
E a questo punto sono io che ho bisogno del vostro contributo. Perché sono pensieri, questi miei, che vengono in mente, io credo, a tutti coloro che hanno perduto una persona assai cara, ma che diventa certamente ancora più difficile da riordinare quando un affetto ti sia stato tolto non da un evento naturale, ma in modo violento e per volontà altrui.
Perché possiate aiutarmi, vi dico che è solo a questo punto delle mie disordinate riflessioni quando non trovo più una risposta razionale al mio interrogarmi, che interviene la ragione, quella che insegna che la storia trascorsa, anche quella dei singoli individui, e quindi anche quella di mio padre, non si scrive con i "se".
Ed è solo a questo punto essendo consapevole che non ho il talento di un grande scrittore, perché tra noi mortali solo ad un grande scrittore è dato raccontare e far rivivere la storia di chi non è più nel mondo dei vivi, evocandone lo spirito sulla pagina scritta, dandole sviluppo non solo per come si è effettivamente svolta, ma anche per come avrebbe potuto svolgersi è solo a questo punto, dicevo, che mi faccio prendere dalla piega dei ricordi.
Lo ricordo papà come una persona assai gioviale.
Mi ha raccontato perfino le discriminazioni che ha subito da giovane (perché anche se qualche mentecatto ancora si ostina a non crederlo i comunisti qui in Italia sono stati discriminati) sempre con il sorriso e con sottile ironia.
Mi raccontava, ad esempio di quando, nei primi anni '50, essendo a Milano sotto le anni ed essendo nota in caserma, perché già segnalata, la sua tendenza politica, si accorse (trovandola manomessa), che gli veniva controllata e talvolta sottratta la corrispondenza. E mi raccontava, pero, di seguito il risvolto positivo di questa vicenda, e cioè come riuscì ad incastrare il capitano che gli controllava la corrispondenza, facendosi inviare da casa un messaggio civetta e come sfruttò la circostanza per andare ad assistere senza problemi ad un comizio di Togliatti a Milano.
Mi raccontò anche di quando vinse il concorso da segretario comunale, ma non fu mai chiamato a ricoprire il posto perchè allora un comunista non poteva accedere a cariche di quel genere.
Di questi fatti non l'ho mai sentito dolersene più di tanto, credo perchè la sua vita poi era andata avanti ugualmente e non aveva rimpianto nulla.
Mi viene in mente di quando mi aiutava nei compiti e, in particolare, di quando dovendo a casa scrivere un tema sul compianto dei troiani per la morte di Ettore mi suggerì un passaggio del tema, pregustando il bel voto che la mia insegnante di lettere, la professoressa Antonella Bruno Ganeri mi avrebbe certamente dato. Questo frase la ricordo ancora, e suonava così: "Rintocchi funebri, donne meste, il pianto di un intero popolo accompagnano all'estrema dimora le spoglie mortali dell'eroe". Mai avrei pensato allora che quelle parole avrebbero potuto descrivere anche il suo funerale.
Al tema presi un bel voto e papà ne fu molto contento. Mi avvio alla conclusione.
Io credo che ogni persona che sia in età matura riesca ad accettare l'idea della morte, come fatto naturale, come evento prodotto dal processo di dissoluzione delle risorse vitali di un qualsiasi organismo biologico.
Ciò che è difficile accettare è il fatto che questo processo di dissoluzione possa essere innescato deliberatamente e senza necessità dalla volontà cosciente di un altro individuo.
Credo che ogni persona, in vita, si auguri di poter lasciare una qualche traccia del suo passaggio ai posteri.
Scriveva il grande poeta Orazio, in una celeberrima ode in cui esprime il suo compiacimento e la consapevolezza del valore e della grandezza della sua opera poetica, "Ho costruito un monumento più duraturo del bronzo e più alto delle piramidi".
Si può vivere anche coltivando ambizioni meno grandi.
Per parte mia, per quando toccherà la mia ora,, mi accontenterei di lasciare alle mie figlie un buon ricordo di me come io porto un buon ricordo di papà.
Faccio a tutti voi lo stesso augurio.

 


Di Luciana De Luca

Entrare nella storia e nel dolore di una comunità. Un viaggio che segna profondamente chi vuole cercare la verità andando oltre le parole, cogliendo piuttosto dai silenzi e dal non detto.
Era il 2005 quando decisi di raccontare la Cetraro degli anni ’80 e la morte di Giannino Losardo. Il punto di partenza fu la scarcerazione di Franco Muto dal gup della Distrettuale antimafia di Catanzaro e un episodio del tutto casuale: mi trovavo in vacanza nella cittadina tirrenica quando il boss si concesse la sua prima uscita pubblica....continua

QUEL GIUGNO DELL’80
di Francesca Villani

Assassinato nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1980. Uno spietato agguato di mafia messo a segno sulla strada che portava Giovanni Losardo a casa. Cinque colpi di pistola a distanza ravvicinata. Non più un avvertimento, ma un’esecuzione in piena regola.
La vittima: 54 anni, padre di due figli già all’università, all’epoca assessore al comune di Cetraro e segretario capo della Procura di Paola.....continua