Karolina Lewandowska


Riflessioni sul libro di Alessandro Tarsia: Perché la ‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi.


Della città di Roma si dice: o la ami o la odi. Sulla Calabria la questione è invece molto piu complessa. Nel cuore di chiunque abbia avuto la fortuna di conoscere questa bellissima regione, domina un sentimento ambivalente: egli/ella la ama e la odia contemporaneamente e indissolubilmente. Sulle bellezze calabresi, sia quelle famose sia quelle discrete, si è già scritto tanto. Alessandro Tarsia, al contrario, abbandona il filo glorificante e, scrivendo un libro pieno di critiche, si schiera all’opposizione, rischiando l’ostracismo dei compaesani, cui, purtroppo, è totalmente estranea la capacità di autocritica. Gli abitanti di questa bella regione attribuiscono spesso le colpe del suo degrado allo Stato, al “Sistema”, perfino a Dio, ma mai a se stessi. Immagino, dunque, che questo libro avrà l'effetto di una bomba e credo che tale effetto sia proprio lo scopo dell'autore.
Perché la ‘ndrangheta? Antropologia dei calabresi (Pungitopo, 2015) è frutto di un grande amore per la Calabria, e non di odio, come potrebbe pensare un lettore frettoloso. Con questo libro il giovane autore dà prova di grande coraggio e impegno morale. Tarsia critica la propria regione, ma non per infamarla. Al contrario, la sua è una critica costruttiva e con uno scopo ben preciso, che non ha niente in comune con il tipico lamento calabrese (quello che fu già delle prefiche) dei giovani. Avendo studiato per due anni in Calabria, all’Unical, so per esperienza diretta che ci sono molti studenti al quinto anno fuori corso desiderosi che sia lo Stato a dare loro un impiego, un lavoro, considerato comunque come una condanna, preferibilmente, da evitare. L’autore, invece, pensa, reagisce e di conseguenza critica, perché il pensiero critico è una forma di lotta, più rischiosa dell’onnipresente rassegnazione e ignavia, ma per fortuna anche più potente. Il libro di Alessandro Tarsia è dunque uno studio sulla maggioranza, dedicato alla minoranza, con la speranza che, dopo la lettura, i destinatari di questo messaggio prevarranno, riducendo i protagonisti del degrado di oggi a un ruolo marginale.
Tarsia si sofferma sul campanilismo e sul calabrocentrismo. Nota che i calabresi sono consapevoli dell’estrema bellezza della loro terra natia. Sono perfino convinti, ingenuamente, che sia terra la più bella del mondo, ma non sono capaci di trarre profitto da questa bellezza, anzi. Leggendo le descrizioni di Alessandro viene in mente il cane del giardiniere di Esopo, topos di una società egoistica, ermeticamente chiusa, metaforicamente “incestuosa”, che non vuole assolutamente condividere il suo bene con altri. Come se la Calabria condividesse il destino del presunto tesoro nascosto di Alarico, re dei Goti.
Leggendo questo libro dall’altro capo d’Europa, dalla mia Polonia, mi sono di nuovo teletrasportata in Calabria, ne ho capito meglio tante cose. L’attenzione ai dettagli nella ricostruzione del carattere culturale dei calabresi prova la complessità dello studio e la profondità delle conclusioni di questo dirompente e incisivo libro. Parafrasando la citazione della canzone che l’autore riporta nell’epilogo, spero sinceramente che Alessandro Tarsia, con il suo libro, possa conquistare il rispetto dei calabresi consapevoli, responsabili e impegnati, perché la regione possa rinascere a nuova vita.