LABORATORIO SPERIMENTALE GIOVANNI LOSARDO

 

Per Giannino Losardo

Di Luciana De Luca

Entrare nella storia e nel dolore di una comunità. Un viaggio che segna profondamente chi vuole cercare la verità andando oltre le parole, cogliendo piuttosto dai silenzi e dal non detto.
Era il 2005 quando decisi di raccontare la Cetraro degli anni ’80 e la morte di Giannino Losardo. Il punto di partenza fu la scarcerazione di Franco Muto dal gup della Distrettuale antimafia di Catanzaro e un episodio del tutto casuale: mi trovavo in vacanza nella cittadina tirrenica quando il boss si concesse la sua prima uscita pubblica. Mi colpirono le reazioni delle persone, i timori malcelati, il silenzio che ha accompagnato il passaggio dell’ex latitante nella piazza principale del centro marinaro. Decisi di andare oltre, di fare un viaggio a ritroso e di trovarmi faccia a faccia con coloro che la violenza l’avevano subita in prima persona.
Per molti giorni parlai con chi Giannino Losardo lo aveva conosciuto, chi aveva condiviso con lui paure e ideali. Chiesi al figlio Raffaele di raccontarmi l’uomo che era, la musica che amava ascoltare, le parole e i gesti di un uomo vivo, capace di produrre idee e per questo ritenuto pericoloso, indomabile.
Un grande silenzio è calato su Cetraro quando si è appresa la notizia del proscioglimento di Franco Muto. Era il 26 agosto e in tutta Cetraro non si parlava d’altro. Ma lo si faceva sottovoce anche perché “il re del pesce”, subito dopo la sentenza del gup della Distrettuale di Catanzaro, Tiziana Macrì, che lo assolveva da ogni capo d’imputazione (associazione di stampo mafioso, reati contro il patrimonio, estorsioni, rapine, traffico di sostanze stupefacenti e usura), è immediatamente ricomparso, dopo un anno di latitanza, nelle vie del borgo della cittadina tirrenica.
Non ha perso tempo “Francuzzu”. Già alle nove del mattino passeggiava liberamente nella piazzetta S. Marco pronto a riscuotere onori e consensi per la battaglia appena vinta. Chi se lo è trovato davanti all’improvviso non ha potuto fare altro che salutarlo ossequiosamente. Alcuni hanno repentinamente cambiato i programmi della mattinata invertendo il senso di marcia pur di non incrociarlo. In pochi hanno abbassato lo sguardo sottraendosi al rito della “sottomissione”. E mentre il presunto boss dell’operazione “Azimut”, nell’ultimo scorcio d’estate cetrarese, era impegnato in questa operazione promozionale del suo potere senza ostacoli, politici e gente comune nel chiuso delle loro case o al massimo nei circoli ristretti delle sezioni, si interrogavano sul da farsi. Alla fine è prevalsa la strategia del silenzio che trovava nell’insuccesso della stessa magistratura inquirente, la più totale legittimazione.
Anche tra i “professionisti dell’antimafia” il virus della paura ha mietuto molte vittime. E d’altra parte come non dare loro ragione se un’operazione come “Azimut”, definita “storica” dai massimi rappresentanti dello Stato, ministro Pisanu in testa, che si era avvalsa di numerose fonti di prova che avrebbero dovuto dunque decapitare uno dei clan più forti della Calabria - 73 le persone finite in carcere - si risolve col proscioglimento di quelli che erano indicati come i vertici della cupola mafiosa del Tirreno cosentino? Migliaia le pagine sulle quali sono state trascritte intercettazioni telefoniche e ambientali sui movimenti di persone già note agli inquirenti che tenevano sotto usura imprenditori e commercianti. La stessa testimonianza delle vittime, costrette almeno a riconoscere il rapporto usuraio davanti ad assegni e movimenti bancari che li incastravano o le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che delineavano peso e statura dei vari personaggi coinvolti, avrebbero dovuto fare chiarezza, almeno in parte, su tanti fatti irrisolti, come, all’epoca, la morte di Franco De Nino, “il ragioniere” di Cetraro, ucciso nell’aprile del ’90 e sciolto nell’acido. Oggi i suoi assassini hanno finalmente un volto. Ottanta miliardi il valore dei beni sequestrati, centinaia gli uomini impiegati nelle indagini e nell’operazione scattata nel settembre del 2004 che già all’inizio fece registrare alcune fughe sospette facendo ipotizzare addirittura l’esistenza di una talpa all’interno dell’apparato della giustizia. Vecchie storie che si ripetono e che mettono in luce storture e deviazioni interne anche al mondo investigativo calabrese. Franco Muto, però, uscì indenne da tutto questo. Per il gup Macrì “Francu u luongu” non era capo del clan denominato Muto. Di certo, però, e non si sa bene a opera di chi, Cetraro negli anni passati ha dovuto piangere molti morti ammazzati e ha anche dovuto imparare a convivere con gli assassini in libertà, con le gambizzazioni in pieno centro per un mancato saluto o uno sguardo di troppo.
Il sospetto, poi divenuto tragica consapevolezza della loro impunità e la paura che i killer, resi sempre più forti dalle assoluzioni, avrebbero potuto colpire di nuovo, ha impedito di fatto lo sviluppo del territorio e ha creato uno stato di sospensione, di isolamento all’interno della stessa comunità. Cetraro sola e abbandonata davanti allo strapotere di alcuni che hanno intravisto, già trent’anni fa, in questo borgo marinaro, la possibilità di creare dal nulla, avvalendosi inizialmente della sola forza intimidatrice che procura naturalmente la violenza, un centro di potere capace di soddisfare domande e offerte di un mercato vergine, ma dalle grandi risorse non ancora utilizzate: il pesce, il commercio, il settore edilizio e poi in seguito le estorsioni, la droga, l’usura. La prima fase, quella più importante, è stata la selezione degli uomini: creare una squadra efficiente, fidata, variegata a cui affidare compiti diversi capaci di coprire e comprendere le diverse esigenze del clan che andavano dal lavoro minuto di assoggettamento dei pescatori ai quali veniva requisito il contenuto giornaliero delle reti, a quello più ardito e complesso di penetrazione negli ambienti politici e culturali della zona che avrebbe consentito loro di ottenere licenze commerciali ed edilizie senza molti problemi. C’era la necessità di rendere legali operazioni illecite e di far entrare nel salotto buono della cittadina, qualche malandrino dai modi gentili e affabili. La disponibilità dettata dall’ambizione sfrenata di alcuni notabili della città o presunti tali, già presenti nella vita politica con incarichi all’interno dell’amministrazione comunale, ha consentito al gruppo in ascesa di fare il salto di qualità e di pianificare il progetto di controllo assoluto del territorio.
Matrimoni e comparaggi suggellarono, negli anni a venire, legami forti e indissolubili. Sono molte le ragazze appartenenti ai ceti borghesi di Cetraro che in quegli anni subirono “il discreto fascino della violenza” di affiliati e gregari del clan che ha ormai varcato i confini di Cetraro vantando la propria egemonia fino a Scalea, attraverso sante alleanze con altre cosche emigrate anche dalla vicina Campania ma senza mai rinunciare a un posto di rilievo e di prestigio nel panorama criminale. “Noi comandiamo. Voi, con il nostro permesso e riconoscendoci un ruolo di supremazia, potete fare i vostri affari che sono un po’ anche i nostri”. Questa, in sintesi, la regola da osservare per poter “lavorare” sul Tirreno cosentino. La penetrazione del gruppo nel tessuto cittadino sarebbe avvenuta dunque sfruttando due elementi essenziali: la violenza del clan che non si crea molti problemi a eliminare chi non ha ancora compreso bene come si deve “campare a Cetraro”, e il potere sui maggiori apparati locali su cui i vertici del clan ormai possono contare. Intelligenza e cultura non sempre vanno di pari passo. E a chi storcendo il naso si chiedeva come è stato possibile che professionisti di rilievo siano diventati complici di pezzi di “malacarne”, la risposta potrebbe essere trovata nelle comuni “debolezze umane”. Potere, gioco d’azzardo, macchine costose e ville al mare, rappresentano il trait-d’union tra mondi apparentemente molto diversi ma sostanzialmente simili nei meccanismi interni che regolano l’agire umano. A ragione, dunque, quando qualcosa non andava per il verso giusto e si finiva in procura, c’era la pretesa di un trattamento di riguardo. E spesso lo si chiedeva a gran voce: “Dov’è quello col macchinone? Chiamatelo. A lui piacciono solo i macchinoni, eh!”.
Nei rapporti di pochi, coraggiosi uomini dell’Arma e della Polizia, la verità che ha spesso portato sul banco degli imputati coloro che avrebbero dovuto far rispettare la legge. I procedimenti giudiziari però, non hanno mai sortito gli effetti sperati. Le stesse ispezioni ministeriali non hanno avuto maggiore fortuna. Quando la giustizia è intervenuta “con rigore” le toghe nere se la sono cavata con un trasferimento in altra sede. Durante i processi sono sempre mancati i riscontri.
Qualche morto ammazzato, di tanto in tanto, serviva a mantenere il giusto clima di assoggettamento e di tensione che ha consentito al clan di crescere, diventare sempre più forte e soprattutto di avere voce in capitolo in tutte i settori produttivi del territorio.
Anche l’ospedale di Cetraro non è sfuggito alle mire espansionistiche del clan. All’interno uomini fidati, pronti a un’assunzione o a un trattamento di riguardo. I legami si rinsaldavano nel nome della riconoscenza e il muro dell’omertà diventava sempre più imponente. Il clan si era allargato e poteva contare su centri di potere mafioso che investivano la politica, la magistratura e che rispondevano tutti a un solo, indiscusso capo.
In pochi, sul finire degli anni ’70, hanno mantenuto la lucidità necessaria per comprendere fino in fondo cosa stava accadendo. Quei pochi che hanno esercitato almeno la forza del dissenso, hanno pagato con la vita la loro capacità di leggere i fatti nella loro interezza. L’imprenditore Lucio Ferrami e Giannino Losardo, ex sindaco comunista della cittadina tirrenica, assessore prima ai Lavori pubblici e poi all’Istruzione, e soprattutto segretario generale della procura di Paola, erano tra questi. Nella loro tragica morte l’estrema prova di forza del gruppo criminale che non esitava a eliminare chi tentava di contrastarli o di non riconoscere a testa bassa il loro potere assoluto. Nella cittadina tirrenica sono 13 gli omicidi rimasti senza colpevole e finora non c’è mai stato un solo collaboratore di giustizia.
La sentenza “Godfather” ha inferto il primo vero colpo al clan del “re del pesce”. Un passo importante per ristabilire ruoli e responsabilità in varie azioni criminose.
Omicidi, intimidazioni. Una lunga serie di morti, dalla fine degli anni ’70 a oggi, ha segnato l’ascesa del boss Franco Muto a Cetraro. E le vittime che hanno insanguinato la terra di Calabria o i destinatari di efficaci “avvertimenti”, non erano solo esponenti di clan rivali o pregiudicati che avevano “sgarrato”.
Spesso a cadere sotto i colpi di pistole che spuntavano all’improvviso, erano persone lontane da certi giri ma colpevoli di non essersi inchinate davanti a re “Francu u luangu” e di non aver accettato le sue nuove leggi.
Per questo la notte tra il 16 e il 17 gennaio del ’79, Antonio Caldiero, presidente dell’ospedale civile di Cetraro, fu vittima di una grave intimidazione. E la sera dell’8 giugno dello stesso anno, sempre nella cittadina tirrenica, veniva ucciso da due killer Michele Montagna.
Appena sei mesi dopo, la mattina del 7 dicembre del ’79, ad Acquappesa Marina, sparano a morte contro un ragazzo di appena 21 anni: Luigi Mandarino, addetto alla distribuzione dei giornali e il 16 febbraio dell’80 un pescatore, Fabiano Russo, viene ferito con colpi da arma da fuoco mentre si trovava al porto di Cetraro.
Per gli investigatori dell’epoca non fu difficile intuire il significato di quell’attentato. Bisognava dare l’esempio, nessuno poteva alzare la testa: col ferimento di uno se ne addomesticavano molti. Questo il messaggio: “O accettate le nostre condizioni, o vi facciamo fuori”. Le nuove regole imposte dal boss in persona, prevedevano tutta la consegna del pescato a un prezzo stabilito naturalmente da lui.
Il 13 marzo del 1980, a Diamante, in un noto albergo della città dei Murales, viene assassinato Giuseppe Vergara. Anche lui come Montagna era considerato dagli inquirenti un uomo che gravitava negli ambienti malavitosi del Tirreno.
Per quest’ultimo omicidio furono denunciati Franco Muto, Amedeo Ricucci e Guido Magurno.
Il 10 ottobre del 1980 Sistino De Cesare e suo nipote Giuseppe Occhiuzzi vengono gambizzati all’interno del loro bar in piazza S. Marco a Cetraro, e qualche anno dopo vengono sparati contro l’auto di De Cesare, parcheggiata sotto la sua abitazione, diversi colpi di pistola.
Ma è il 21 giugno del 1980, che il clan cetrarese alza il tiro e colpisce il suo peggior nemico: Giannino Losardo, segretario capo della Procura di Paola e assessore comunista del Comune della cittadina tirrenica. Losardo ostacola e denuncia gli illeciti. La sua fermezza minaccia quel processo di sottomissione al quale si lavora da tempo per ottenere, secondo un progetto ben definito che trova il consenso delle altre cosche confinanti, il controllo assoluto del territorio.
Per l’omicidio Losardo vennero rinviati a giudizio davanti alla Corte d’Assise di Bari, Francesco Muto come mandante, Francesco Roveto, Antonio Pignataro, Franco Ruggiero e Leopoldo Pagano, come esecutori materiali dell’assassinio.
Losardo ferito e prossimo alla morte trova la forza di denunciare i suoi assassini. Dice a un maresciallo dei carabinieri: “Tutta Cetraro sa chi mi ha sparato”.
Ma la richiesta di parlare, di dire quello che sapeva, fatta da don Giannino, non viene accolta da chi ha condiviso con lui gli ultimi istanti della sua vita.
Nel processo di Bari vengono coinvolti magistrati e noti politici cetraresi accusati di collusione con la mafia. L’esito del procedimento è noto a tutti: condanne in primo grado e poi assoluzioni negli altri due gradi di giudizio.
Nonostante il clamore suscitato dall’omicidio Losardo che determinò all’epoca una mobilitazione politica generale - autentica da parte di alcuni, assolutamente strumentale da parte di altri - con la creazione di una commissione antimafia nella quale spiccava anche il nome di un comunista d’eccezione, il senatore della Repubblica Francesco Martorelli, i malavitosi continuarono, tra un interrogatorio e l’altro, a fare i loro affari e a creare una rete di soggezione e terrore nella comunità. Anzi, “l’immunità giudiziaria” di cui sembravano godere, e le amicizie con i potenti, li rendeva ancora più temibili e consapevoli delle loro potenzialità.
La notte del 3 gennaio dell’81, cinque colpi di pistola vengono sparati contro la saracinesca di un negozio di articoli sportivi. E il 4 febbraio dell’81 sparisce da Cetraro Luigi Storino.
La mattanza continua: il 7 ottobre dello stesso anno viene ucciso ad Acquappesa il commerciante Lucio Ferrami. Due killer gli sparano in macchina mentre era in compagnia della moglie. La donna si salva perché il marito le fa da scudo con il suo corpo.
L’uomo aveva denunciato poco tempo prima ai carabinieri di aver ricevuto la visita di alcune persone che gli avevano chiesto la tangente. La risposta dei malavitosi non si fa attendere. Nessuno può permettersi un gesto così rivoluzionario. Lucio paga con la vita il suo atto di insubordinazione.
La vedova Ferrami per anni ha invocato giustizia denunciando indagini approssimative e collusioni. “Io ero in macchina con mio marito – affermò nel corso di una nota intervista televisiva – e nessuno mi ha mai chiamato per fare un riconoscimento”. Dopo anni passati a vedere a passeggio “gli assassini del marito”, ha deciso di continuare la sua vita e di non credere più nell’umana giustizia.
Il 30 dicembre dell’81 viene ucciso nel retrobottega del suo bar Pompeo Brusco. L’uomo viene ritenuto – e potrebbe essere questo il movente del suo omicidio – un confidente dei carabinieri. Il suo bar si trova proprio davanti alla stazione dei carabinieri ed è frequentato da molti militari dell’arma: questo basta per farlo considerare “uno che può dire cose che non si devono dire”.
Due mesi dopo, il 17 febbraio del 1982, tocca a Castello De Iudicibus mentre si trova dal barbiere, allungare l’elenco dei morti ammazzati. I killer entrano e sparano all’impazzata finchè il telo bianco che gli avevano messo addosso per proteggerlo dalla schiuma da barba e dai capelli appena tagliati, non diventa completamente rosso.
Seguirono gli omicidi di Michele Bernardo il 18 giugno e di Giuseppe Vaccaro il 31 agosto dello stesso anno.
In questo comprensibile clima di terrore, dove bastava poco per essere considerato un elemento scomodo, da eliminare, meritano una menzione speciale le vedove di mafia.
Sono loro ad aver fornito agli inquirenti elementi utili per ricostruire gli avvenimenti e soprattutto avrebbero indicato chiaramente dove andare a cercare i colpevoli dei loro mariti. In una realtà dove il silenzio regnava e regna sovrano, queste donne si sono presentate spontaneamente davanti ai giudici di Bari per raccontare, fin nei minimi particolari, l’esatta dinamica dei fatti. Dopo il vuoto della morte violenta solo la loro sete di giustizia ha guidato i loro pensieri e le loro parole.
Spesso, però, le loro testimonianze non sono servite a inchiodare i colpevoli: troppe connivenze, troppi intrighi e alibi costruiti per tempo, a tavolino, magari con qualche avvocato a paga fissa, che pianificava prima dell’assassinio, con i diretti interessati, strategie difensive e testimonianze da rendere nell’immediatezza del fatto e dopo, nel caso in cui qualcuno crollando, avrebbe potuto minare quel progetto che rasentava la perfezione giuridica e che avrebbe reso intoccabili perfino killer che agivano spavaldamente a volto scoperto. Questi omicidi ancora oggi non hanno un colpevole.
«Io mi sarei assunta quella responsabilità». Appena protetta da una tenda bianca, trasparente, che lascia intravedere una figura minuta, racchiusa in un austero vestito nero, la vedova di Giannino Losardo parla ai microfoni di Samarcanda, raccontando le ultime ore del marito e dell’impossibilità di stargli accanto, di raccogliere le sue parole, ancora una volta di denuncia. «Se mi avesse detto qualcosa io avrei parlato, avrei fatto quello che mi chiedeva di fare. Io ero sua moglie, io potevo assumermi quella responsabilità». Le sue parole non lasciano indifferenti neanche dopo 24 anni da quel terribile evento. Manca ancora oggi una risposta forte, concreta verso una storia tragica subita da un’intera comunità che non fa onore a chi avrebbe potuto aiutare la giustizia, quella vera, non quella sorda e compiacente, a ristabilire verità e a spazzare via malavitosi e “boss di cartone” che con una pistola in mano hanno soggiogato il mondo imprenditoriale ma anche quello culturale, di una città che avrebbe potuto avere ben altro futuro.
«Non so perché mio marito è stato ammazzato - racconta una vedova che ha lasciato Cetraro subito dopo l’omicidio del suo compagno -. Non potevo più restare in quel posto e incontrare gli assassini di mio marito che passeggiavano in libertà nella piazza del paese. Era troppo. Non solo se la sono cavata nonostante io abbia detto tutto quello che sapevo, ma vederli impuniti e spavaldi, resi ancora più forti dal risultato giudiziario, era veramente troppo. Non aveva più senso restare a Cetraro. Avevo bisogno di dimenticare, di allontanarmi da quel dolore». Le chiediamo di ripercorrere con la memoria quei giorni. Lo fa con comprensibile fatica e timore. Non crede più nella giustizia. Troppe volte è stata delusa. «Io credo solo nella giustizia divina - continua -. Se Dio c’è verrà l’ora in cui questi signori pagheranno per tutto il male che hanno fatto a me, alla mia famiglia e a tutte le persone oneste che hanno dovuto subire quello che ho subito io».
Racconta ancora una volta quel tragico episodio che le ha cambiato la vita e di un carabiniere che le disse: «Signora quando vi porteranno in procura non parlate con..., ma cercate di incontrare quest’altro giudice».
«È così che funzionava allora, capite? E cosa potevamo aspettarci da queste persone - precisa -. Io ho fatto tutto quello che potevo fare poi ho capito che dovevo andarmene, portare via i miei figli e allontanarmi da Cetraro, da quella gente fasulla che gridava contro la mafia e poi si univa a quei criminali con ossequio. Questi signori non hanno mai capitato che quello che è successo a me tanti anni fa, potrebbe capitare anche a loro. Sono stata anche chiamata per far parte di comitati, ma quali comitati se poi, nella quotidianità, tutti si vendono l’anima ogni giorno».
Di giustizia non vuole sentir parlare: «E certo che la gente ha paura. Il sospetto che anche eventuali rivelazioni possano essere riferite ai diretti interessati ha impedito di fatto testimonianze e collaborazioni con le forze dell’ordine. E come si faceva a parlare...».
Le vedove, però a differenza di tanti altri “banditori’ si sono presentate davanti ai giudici di Bari, hanno raccontato e aspettato giustizia per i loro mariti ma anche per chi rimaneva, per i loro figli che probabilmente meritavano di vivere in un luogo migliore. Così non è stato. Ed è stata un’altra occasione importante perduta.
Il clan Muto aveva deciso di eliminare altre persone scomode. Il commissario Antonio Cappelli e il senatore comunista Francesco Martorelli, secondo il maggiore dei carabinieri Scippa, che elaborò un rapporto di notevole interesse sulla storia criminale delle cosche che operavano sul Tirreno cosentino e sui loro legami con i pubblici poteri, avrebbero dovuto essere le prossime vittime “eccellenti”, dopo l’uccisione del consigliere comunale di Cetraro, Giannino Losardo. Ma per fortuna i killer non riuscirono a portare a termine il loro progetto. Antonio Cappelli andò avanti per la sua strada, con l’energia e la temerarietà che lo contraddistingueva. Martorelli fu subito messo sotto protezione. Probabilmente altre emergenze, o solo la consapevolezza che il gioco sarebbe stato troppo rischioso, poco conveniente per lo stesso clan che aveva, al contrario, bisogno di pace e tranquillità per allargare il proprio giro d’affari, fece desistere il boss dal suo iniziale convincimento.
Ma perché Cappelli e Martorelli erano così temuti e odiati dai criminali di Cetraro?
La risposta la si può trovare nelle carte processuali, nelle relazioni di polizia giudiziaria, nei verbali redatti dal commissario di Sambiase, nelle piazze che ospitavano i pubblici comizi e nella memoria degli anziani che ancora ricordano quegli anni di terrore, dove le uniche voci che si udivano forti e chiare, erano proprio quelle di chi aveva deciso di non stare a guardare ma di lasciare un segno in quelle comunità martoriate e soggiogate dal potere della violenza.
Antonio Cappelli, classe 1935, arrivò al commissariato di Paola negli anni ’70. Aveva 16 uomini in tutto e un territorio molto vasto da controllare. I fermenti criminali per la conquista del territorio erano già ben visibili. E lui si rese subito conto che la battaglia sarebbe stata lunga e difficile. Ma soprattutto intuì che bisognava impoverire i criminali, denudarli della loro spavalderia e renderli fragili e fin troppo umani davanti agli occhi delle persone che già alle sette di sera si chiudevano in casa per paura di imbattersi in malavitosi pronti a tutto pur di mostrare il loro prestigioso status di affiliati alla cosca del “re del pesce”. Erano anni in cui bastava un mancato saluto o una precedenza negata per assistere a pestaggi pubblici e atti di vandalismo eccessivi rispetto all’“offesa subita”.
Cappelli, forse proprio per questo, non perdeva occasione per “restituire” con gli interessi ai signorotti della contea cetrarese, alla prima occasione buona che gli capitava, lo stesso trattamento, ancora meglio se in pubblico. Il messaggio che doveva arrivare alla comunità era il seguente: “Guardateli bene questi grandi uomini quanto valgono! Sono capaci di fare i forti solo con i deboli”. Il commissario di Sambiase era l’unico, in quegli anni molto caldi, che sfidava apertamente i malavitosi. E che gli faceva sentire costantemente il suo fiato sul collo. Non programmava mai le azioni, o almeno non le rendeva note neanche ai suoi uomini. “Andiamo”, diceva alzandosi all’improvviso dalla sua scrivania e bisognava essere subito pronti a seguirlo. La destinazione era il più delle volte la piazza di Cetraro o qualche bar dove la sera si davano appuntamento persone già note alle forze dell’ordine. Controlli e perquisizioni erano il suo pane quotidiano. Non bisognava dare tregua ai malandrini ma farli, costantemente, sentire sotto controllo.
“Cappelli era un gigante – racconta uno dei suoi uomini -. E lo era con tutti. Penso che sia stato l’unico a destare terrore anche in delinquenti consumati. Non abbassava mai lo sguardo ed era sempre in prima fila. Se c’era da fare un’irruzione, il primo calcio che sfondava la porta era il suo. Era un uomo molto temuto dai clan. Quando circolava la voce che lui era nei paraggi, sparivano tutti. Aveva una forza d’urto notevole. Se qualcuno di questi grandi boss, all’improvviso, se lo trovava davanti, di colpo ammutoliva”.
Si racconta di una importante partita di calcio a Diamante. Era il ’76. Cappelli, dopo la manifestazione sportiva, bloccò al bivio per un controllo la macchina blindata “artigianalmente” sulla quale viaggiava Francesco Muto. Gliela sequestrò immediatamente e a nulla valsero le moderate richieste di spiegazione da parte del boss. Aveva stampato sul viso un atteggiamento provocatorio, giacca aperta, sguardo fermo e intenso che non lasciava nessuna via di fuga.
Il commissario, con le sue due pistole, una alla cintola, l’altra sempre avvolta in un giornale, era uno dei pochi che di sera circolava nelle cittadine del Tirreno cosentino. Rischiava in prima persona Cappelli. Si conquistava sul campo il rispetto della sua squadra.
I suoi uomini non potevano neanche sedersi quando entravano nel suo ufficio, anche se sostavano lì per ore, ma non avrebbe mai consentito a nessuno, neanche ai suoi diretti superiori, di muovere una minima critica nei loro confronti.
Cappelli era l’autorità, un rappresentante dello Stato sul territorio, un investigatore puro che scriveva relazioni assai forbite con la sua stilografica. Pare che non abbia mai usato una penna Bic in vita sua e che abbia combattuto le ingiustizie, anche sociali, da qualsiasi parte provenissero.
E’ nota a tutti la vicenda del parcheggio in una piazza di Paola di un sostituto procuratore dell’epoca che, forte del suo rango, lo pretendeva a suo esclusivo uso durante i comizi elettorali. Cappelli inviò subito una squadra di vigili dal magistrato per invitarlo a spostare immediatamente l’auto. Da questo nacque una querelle che finì in tribunale costringendo questore e capo del Tribunale a scendere in campo scambiandosi numerose lettere di protesta.
Il commissario di Sambiase ha segnato con la sua presenza una comunità intera. Le persone si fidavano solo di lui e in molti casi gli si rivolgevano per chiedere anche solo dei consigli personali. Si racconta della madre di un giovane scomparso, uno dei tanti casi di lupara bianca del Tirreno cosentino, che di tanto in tanto si recava in commissariato e raccontava a Cappelli di aver visto in sogno il figlio che le indicava il posto dove era stato seppellito. Lui senza esitare mandava i suoi uomini in luoghi impervi e isolati a controllare, anche se era ben consapevole che non avrebbe trovato nulla.
Una personalità controversa quella del commissario di Paola, che suscitava spesso anche polemiche per le sue reazioni giudicate a volte troppo violente. Erano le irruzioni nelle discoteche del Tirreno a renderlo particolarmente impopolare e anche qualche ceffone di troppo dato a ragazzi di buona famiglia, colpevoli solo di aver deciso di passare una serata in discoteca. Ma erano tempi difficili e spesso erano gli stessi padri a rivolgersi al commissario per una “guardata ari guagliuni”.
“Arrivai a Paola nell’83. Provenivo dalla Mobile di Roma. Cappelli era il mio superiore. Mi ricevette nel suo studio e dopo avermi dato la mano mi disse: “Signora da noi solitamente le donne stanno a casa”. Non ebbe vita facile all’inizio Anna Paniccia, commissario di polizia, che da Cappelli ha avuto l’opportunità di prendere molto. “Non era un uomo facile, anzi, ma a lui devo tanto perché mi ha insegnato a fare bene il mio mestiere”. Il loro un rapporto complesso: lacrime e sangue non sono mancati. La romana Anna ha dovuto faticare molto per conquistarsi la fiducia del “gigante” che non ha mai fatto mistero del suo incallito maschilismo. Ma gli occhi azzurri del commissario Paniccia non riescono ancora oggi a nascondere il rispetto e l’affetto provati per un uomo che l’ha segnata profondamente, nel bene e nel male. Antonio Cappelli è morto nel 2003.
La storia di Cetraro si compone di tante parti: alcune sane, straordinarie, altre irrimediabilmente malate. Tanti uomini e donne hanno mostrato il loro valore sfidando apertamente il potere mafioso, altri – come qualche componente della magistratura dell’epoca, hanno invece offerto a criminali senza scrupoli, la testa di Giannino Losardo.
La verità di questo delitto è ancora contenuta nei cassetti della Procura di Paola e nella memoria di qualche toga nera che per avidità e codardia, ha venduto la propria anima al diavolo.

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In memoria di Giannino Losardo

di Paride Leporace

Ciccio Arena è stato l'occhio fotografico di molte stagioni calabresi. In un catalogo pubblicato in occasione di una sua mostra c'è una foto in bianco e nero che ritrae Enrico Berlinguer parlare su un piccolo palco in mezzo alla piazza di Cetraro paese. Non è comizio di elezioni. Non c'è festa quel giorno in Calabria. Le bandiere rosse sono listate a lutto. L'Italia guarda a questo piccolo centro situato su un mare splendido ancora non contaminato da liquami moderni e da paure di scorie radiattive. E' mattanza di comunisti nel giugno del 1980. A Rosarno è caduto Peppe Valarioti, a Cetraro la mafia ha ammazzato Giannino Losardo. Incompatibile con l'onorata società del Tirreno il consigliere comunista d'opposizione e impiegato della procura di Paola. Un piccolo porto delle nebbie dove i magistrati a quel tempo si distraggono molto. Parla Giannino. Denuncia. Collega politica e lavoro. Berlinguer conosce tutto questo. Ha davanti a sè una piazza colma di persone e tensione. La federazione di Cosenza del Pci quel giorno ha fatto arrivare una scorta armata che si raccorda con la sicurezza nazionale di Botteghe oscure. Si schierano attorno al palco evitando ulteriori esposizioni ai militanti locali. La paura e la rabbia si confondono. Le vedette di Franco Muto saranno state presenti ad ascoltare quelle parole. Enrico Berlinguer declama al microfono: <<Sono stati colpiti Valarioti in quanto serio organizzatore di partito, e capace di agire contro la prepotenza della mafia nella zona di Gioia Tauro e Losardo perché, come assessore e come segretario della procura, ha sempre denunciato con vigore il dilagare della mafia sulla costa del tirreno cosentino. Otto omicidi in due settimane, due comunisti caduti, bisogna fare attenzione perché si comincia dai comunisti, per colpire poi tutti gli uomini onesti, di tutti i partiti. Nessuno si illuda che tutto ciò possa essere considerato un fenomeno locale, ci troviamo in una situazione intollerabile. Se le cose vanno avanti così, la Calabria diventerà una regione dove imperverseranno impuniti il delitto, il ricatto e la speculazione>>. La profezia per la nostra terra l'abbiamo vista compiersi nel diventare adulti e osservare l'impunità del delitto, del ricatto e della speculazione. In quella vecchia foto si vede sul palco Ciccio Martorelli. Un avvocato e parlamentare comunista che metterà radici a Cetraro. Politiche. Candidato in consiglio comunale per non abbandonare la lotta. Avvocato di una causa impossibile per un delitto impunito. Molti anni dopo chiesi di vedere gli atti del processo di Bari. Rimasi colpito dal fatto che non mi fece fare le fotocopie ma mi fece consultare le carte nel suo studio. Nello studiare e annotare mi colpiva la serietà di questo uomo antico ligio alle regole come doveva essere Losardo. Due comunisti simili. Con quello stesso concetto di far bene il proprio dovere. "Samarcanda" era una sorta di trasmissione di nicchia su Raitre. Santoro ancora una sorta di sconosciuto. Le sue telecamere raccontarono la mafia del Tirreno e il delitto Losardo. Dai palchi onorevoli democristiani riveriti lamentavano il complotto contro la Calabria. Era tanto tempo fa. Anni prima "Il giornale di Calabria" di Piero Ardenti era andato a ruba con delle locandine che scrivevano nomi e cognomi di quella mafia bambina che imponeva il controllo del pesce. Non c'erano ancora in giro uomini di panza con catene d'oro al collo che gozzovigliavano a champagne nei lidi della zona. A Cetraro c'erano ville di magistrati. Tutto era tranquillo. Quell'impiegato gogoliano aveva rotto la regola non scritta dell'omertà. La pescheria di Franco Muto è stata abbattuta dopo molti anni grazie a giovani toghe che hanno condotto inchieste con ottimi risultati. Il delitto resta impunito. Ma Giannino ha lasciato ricordo. La verità giudiziaria non sempre è verità storica. Per la Storia degli uomini lui la mafia l'ha sconfitta. A caro prezzo. Rimettendoci la vita. Un isolato. Un esempio civile in una terra avara di virtù civiche. Il suo sangue versato ha modificato i nostri pensieri. Il suo nome resta a futura memoria. Si chiamava Giannino e venne Enrico a seppellirlo con parole nette e decise che oggi non si ascoltano più.

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